Il sacro

Etimologicamente, la parola sacro deriva dal latino sacer, che a sua volta deriva dal latino arcaico sakros (questo termine è stato rinvenuto sul Lapis Niger). La radice indoeuropea *sak indica qualcosa a cui è stata conferita validità.  Il suo contrario è profano.

Ma che cos’è il sacro? Rispondere a questa domanda non è semplice perché questo concetto è effimero e non ben definito, anche se fino al 1950 circa quella del sacro era considerata una categoria a priori. Verso la fine degli anni ’60 si iniziò ad usare la parola sacro connotandola di valori e sfumature differenti in base al contesto e alla cultura per cui era impiegata. Il sacro non era più un concetto assoluto. Si iniziò a parlare anche di diaspora del sacro, di sacralizzazione, di desacralizzazione.

Tre furono le aree geografiche di studio che produssero le maggiori considerazioni sulla categoria del sacro:

  1. Gran Bretagna. Qui si produsse un’idea ambivalente: il sacro, per questi studiosi, era qualcosa che stravolge l’essere umano, lo tormenta ma non lo distrugge: si tratta del mana, ovvero di un potere immanente che ha efficacia nella realtà.
  2. Germania. Gli studiosi tedeschi concentrarono le proprie definizioni attorno al soggetto e al suo rapporto con la natura. Per loro il sacro era in contatto con la natura e poteva esserci solo laddove ci fosse anche l’essere umano.
  3. Francia. Si teorizza un “modello sociale del sacro” in base al quale religioso e sacro sono elementi che hanno a che fare con la collettività e la condivisione dei rituali.

Molti studiosi di storia delle religioni si occuparono della categoria del sacro, tra di essi possiamo ricordiare in particolare:

  • Rudolf Otto (1896-1937) che nel suo saggio sul sacro del 1917, definì l’esperienza del sacro come mistero terribile, cioè un qualcosa di terrificante che spaventa e annichilisce l’uomo richiedendogli umiltà e che supera la realtà difronte alla quale è posto. Otto definiva il sacro con il termine numinoso (dal latino numen), e riteneva che esso forre impossibile da spiegare o da ricondurre ad un linguaggio pertinente per altri oggetti di ricerca.
  • Marcel Mauss (1872-1950) ed Henri Hubert (1872-1927), che indicarono nel sacrificio la manifestazione del sacro.
  • Émile Durkheim (1858-1917) secondo il quale il sacro è un prodotto della società, è un sistema di rappresentazione e di miti a cui gli individui partecipano collettivamente. Per Durkheim esiste una coscienza collettiva, sovra-individuale ma non divina, che lega una intera società e tutti i fatti sociali sono indipendenti dalla volontà del singolo individuo. Fu proprio questo studioso a coniare l’opposizione binaria sacro/profano.
  • Miricea Eliade (1907-1986), che nel 1968 disse che:

«L’esperienza del sacro è indissolubilmente legata allo sforzo compiuto dall’uomo per costruire un mondo che abbia un significato »

Per Eliade tutto può diventare sacro, dalla pietra all’albero ad un animale, senza per questo perdere le proprie caratteristiche materiali e fisiche. Infatti:

« Ai livelli più arcaici di cultura vivere da essere umano è in sé e per sé un atto religioso, poiché l’alimentazione, la vita sessuale e il lavoro hanno valore sacrale» (Mircea Eliade. Storia delle credenze e delle idee religiose vol. I. Sansoni, 1999, pag.7)

Lo studioso elaborò il concetto di Ierofania, con cui si intendono le apparizioni del sacro. Secondo lui in determinate circostanze il sacro appare attraverso gli archetipi.

  • Il College de la sociologie, che era un gruppo di studiosi (Bataille, Caillois e Leiris) i quali si autodefinivano “intellettuali di sinistra” e inventarono il sacro di trasgressione. Volevano riunirsi all’origine, che per loro non era il divino, ma il sacrificio inteso come festa ultima; questo era, a loro dire, l’unico modo per poter creare da zero una nuova cultura. Si rifanno ad Eliade. [nota: il loro scopo era di fare un sacrificio umano ma poi non lo hanno mai fatto perché naturalmente non trovarono volontari xD]

Il sacro, quindi, non è lo stesso in tutte le epoche e in tutte le culture, e anche i termini per riferirsi alla sacralità mutano nel tempo. Alcuni dei lemmi utilizzati per rifersi a categorie simili al quella sacro erano:

šuppi: che in ittita indica ciò che appartiene alla sfera del divino, Šiu (che richiama la radice indoeuropea Dyu e che significa “luce bianca ed accecante”). René Lebrun evidenzia che per gli Ittiti il sacro e il divino possono manifestarsi solo se l’officiatore è puro, per questo avevano grande importanza i parkui, i riti di purificazione.

Elluche in babilonesesignifica luce, splendore. Altro termine che per i babilonesi aveva un significato simile era kuddhushu.

ḏśr:(sublime, sacro, immenso) era il termine che gli egiziani usavano per riferirsi alla sacralità degli dèi ma anche agli oggetti rituali.

kù-g: termine sumerico che appare nei cilindri A e B di Gudea di Lagaš. Il termine kù-g insiste su un significato di purezza primordiale. Altri tre termini presenti negli stessi cilindri sono Mah (indica la priorità e la trascendenza di re come delle divinità, di montagne e città; è la superiorità di un dio rispetto ad un altro), Zi-d (indica la santità divina) e Me (indica la sacralità dell’ordine cosmico).

Hagnós, Hágios e Hierós: sono tutti e tre termini greci. “Hagnós nell’Odissea indica il sacro divino e la sacra maestà, da qui hagneia nel significato di purezza religiosa consegnata dalla divinità all’uomo prescelto (consacrato); hágios aggettivo verbale (da hazestai) in Erodoto è ciò che indica il luogo sacro; in Platone esso indica la separatezza del divino dal mondo umano a cui l’anima può aspirare praticando la virtù. Con l’ellenizzazione le divinità orientali importate nella penisola greca vengono indicate come hagios (sacre). Nella Bibbia in traduzione greca, la Septuaginta, il termine ebraico per santo, qadoš, è reso come hagios. Sempre come hagios è reso qodeš (riservato a Dio); hierós (corrispettivo del sanscrito iira) è un altro termine che entra nella sfera del sacro. Esso indica ciò che è forte e che rende forti. In Omero non è mai attribuito ad un essere umano ma solo a realtà o condizioni considerate “potenti”. Non indica gli Dèi ma gli oggetti o i luoghi ad essi legati. Da qui i templi che sono indicati come hieroi. I discorsi intorno agli Dèi vengono denominati come hieroi logoi. I re e i sacerdoti dei culti entrando in rapporto con gli Dèi sono anch’essi hieroi. Nei culti misterici, l’iniziato che ha preso contatto con la potenza divina è esso stesso uno hieros anthropos” (cit. Wikipedia). Come gli ittiti anche i Greci avevano numerosi riti di purificazione.

Heilagaz e Wihaz: sono termini germanici di cui wihaz ( in scandinavo, vigjia in norreno, weihs in gotico) individua il luogo di culto, spesso adiacente ad alberi o a fonti sacre, mentre heilagaz è collegato al mondo degli dèi e indica ciò che è divino ed inviolabile; è la volontà divina che si manifesta tramite gli oracoli.

Sacer e Sanctus: sacer è il termine romano da cui è derivata la parola sacro. Sacer e profanus erano delle categorie che indicavano rispettivamente uno spazio delimitato (non pertinente agli uomini) e tutto ciò che si trovava al di fuori di esso. Sanctus, invece, indica che deve essere protetto dalle offese degli uomini. Col tempo, sacer e sanctus si sovrappongono. Sacer divengono le vittime dei “sacrifici”, gli altari e le loro fiamme, l’acqua purificatrice, gli incensi e le stesse vesti dei “sacerdoti”. Mentre sanctus è riferito alle persone: i re, i magistrati, i senatori (pater sancti) e da questi alle stesse divinità. Con l’avvento del cristianesimo i termini mutano di significato: sacro diventa tutto ciò che è stato concesso da Dio e profano è ciò che al di fuori dalla conoscenza, è “colui che non conosce”, cioè i politeisti.

aram e Quddūs: termini arabi. aram (dalla radice semitica è rm)significa separare ed indica luoghi sacri come la Mecca. Quddūs (dalla radice semitica Qdš), indica, invece, la santità. “L’unica fonte del sacro, sia in termini di Quddūs che in quelli di aram è e resta Allah, Dio” (cit. Wikipedia).

Fonti: appunti universitari e Wikipedia.
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