La Cabala Ermetica (parte 1)

Tratto da:

Fulcanelli, Le Dimore Filosofali, con prefazioni di
Eugène Canseliet, Roma, Edizioni Mediterranee, 2002, pp. 86-99.

L’alchimia è oscura soltanto perché è tenuta nascosta. I filosofi che vollero trasmettere alla posterità l’esposizione della loro dottrina ed il frutto delle loro fatiche si guardarono bene dal divulgare l’arte presentandola sotto un aspetto comune, affinché il profano non potesse farne un cattivo uso. Quindi, la scienza, per la sua difficile comprensione, per il mistero dei suoi enigmi, per l’oscurità delle sue parabole, s’è vista relegata tra i sogni, le illusioni e le chimere.

Certo, questi vecchi libri dai colori smorti non si lasciano penetrare con facilità. Pretendere di leggerli, come leggiamo i nostri libri, significherebbe ingannarsi. Eppure, la prima impressione che se ne ricava, per quanto essa appaia strana e confusa, è nondimeno vibrante e persuasiva. Si indovina, attraverso il linguaggio allegorico e l’abbondanza di nomenclatura equivoca, quel raggio di verità, quella profonda convinzione nata da fatti sicuri, osservati con precisione e che non hanno niente in comune con speculazioni fantastiche dell’immaginazione pura.

Senza dubbio ci si farà l’obiezione che le migliori opere ermetiche contengono forzatamente delle lacune, che accumulano delle contraddizioni, e si adornano con false ricette; ci si dirà che il modus operandi varia secondo gli autori e che, se lo sviluppo teorico è lo stesso presso tutti gli autori, le descrizioni delle sostanze impiegate, invece, mostrano raramente una rigorosa similitudine tra di esse. Risponderemo che i filosofi non disponevano di altre risorse, per nascondere agli uni ciò che volevano mostrare agli altri, che quel guazzabuglio di metafore, di simboli diversi, di quella prolissità dei termini, o di formule capricciose scritte lasciando libero corso alla fantasia, espresse con un linguaggio comprensibile per gli insensati e gli avidi. Quanto all’argomentazione che si riferisce alla pratica, cade da sola per la semplicissima ragione che potendo considerarsi la materia iniziale sotto uno qualsiasi dei molteplici aspetti ch’essa assume nel corso del lavoro, e poiché gli artisti descrissero sempre soltanto una parte della tecnica, sembra che ci siano altrettanti procedimenti distinti quanti sono gli scrittori di questo argomento.

Del resto non dobbiamo dimenticare che i trattati giunti fino a noi sono stati scritti durante il più bel periodo alchemico, che abbraccia i tre ultimi secoli del medioevo. Ora, in quest’epoca, lo spirito popolare, tutto impregnato di misticismo orientale, si compiaceva di comporre dei rebus, d’usare il velo dei simboli, l’espressione allegorica. Questo mascheramento stuzzicava lo spirito mordace del popolo e forniva all’estro dei grandi un nuovo alimento. Aveva conquistato il favore generale e lo si poteva incontrare dovunque, fermamente istallato sui diversi gradini della scala sociale. Brillava nei motti di spirito, nelle conversazioni delle persone istruite, nobili e borghesi, si volgarizzava presso i vagabondi con degli ingenui giochi di parole. decorava l’insegna de negozianti con rebus pittoreschi e s’impadronì del blasone, del quale definì le regole essoteriche ed il protocollo, impose all’arte, alla letteratura, soprattutto all’esoterismo, il suo abito variopinto d’immagini, d’enigmi e di emblemi.

È proprio questo mascheramento che ci ha valso la gran varietà di insegne curiose, il cui numero e la cui originalità rendono ancora maggiormente evidente il carattere così nettamente originale delle produzioni medioevali francesi. Niente colpisce di più il nostro modernismo di quelle insegne di taverne che oscillavano su di un asse di ferro battuto; in una vediamo soltanto la lettera O seguita da un K tagliato da un tratto; ma l’ubriacone del XIV secolo non si sbagliava e entrava senza esitare, au grand cabaret. Le locande inalberavano spesso un leone dorato rappresentato in una posa araldica, cosa questa, che per il viaggiatore in cerca di un tetto, significava che si poteva dormire, grazie al doppio senso dell’immagine: au lit on dort. Edouard Fournier ci informa che a Parigi esisteva ancora nel XVII secolo la via del Bout-du-Mond. «Questo nome, aggiunge l’autore, che gli deriva dal fatto ch’essa era stata per tanto tempo vicino alle mura della città, era stato figurato mediante un rebus sull’insegna d:t un ritrovo. Erano stati raffigurati un os, un bouc, un duc (uccello), un monde».

Accanto al blasone costituito dagli stemmi della nobiltà ereditaria, se ne scoprono altri le cui figure sono soltanto parlanti e tributarie del rebus Quest’ultimo indica i plebei, arrivati per mezzo della ricchezza al rango dei personaggi d’alto ceto. François Myron, edile parigino del 1604, aveva sul suo stemma «campo rosso e un miroir rond». Un neo-arrivato dello stesso tipo, superiore del monastero di Saint-Barthélemy, a Londra, il priore Bolton, — che occupò la canonica dal 1532 al 1539, — aveva fatto scolpire il suo stemma sulla veranda del triforium, da dove sorvegliava i pii esercizi spirituali dei suoi monaci. Sullo stemma si vede una freccia (bolt) che attraversa un piccolo barile (tun), da cui Bolton (tav. VI). Nel suo Enigmes des rues de Paris, il già citato Edouard Fournier, dopo averci spiegato il contrasto esistente tra Luigi XIV e Louvois, durante la costruzione dell’ Hótel des Invalides, perché quest’ultimo voleva porre il suo stemma accanto a quello del re ma ne era impedito dagli ordini contrari del monarca, Fournier, dunque, ci narra che Louvois «prese le sue precauzioni in un altro modo così da unire il suo ricordo, in modo immutabile e parlante, con l’Hótel des Invalides».

«Entrate nella corte d’onore del Palazzo, guardate le mansarde che coronano la facciata del monumentale quadrilatero; quando sarete arrivati alla quinta mansarda, tra quelle che sono sulla sommità dell’allineamento orientale, tra pilastro e pilastro, a fianco alla chiesa, esaminatela bene. La sua decorazione è del tutto particolare.- C’è scolpito, fino a metà tronco, un lupo; le sue zampe s’appoggiano sull’apertura dell’occhio di bue e la circondano; la testa è nascosta da un ciuffo di palme, e gli occhi sono ardenti, fissi sul pavimento del cortile. In questa rappresentazione, senza che ve ne siate accorti, c’è un gioco di parole monumentale, come se ne scolpivano tanto spesso per gli stemmi parlanti, e proprio in questo rebus di pietra sta la rivincita, la soddisfazione del vecchio ministro. Questo lupo guarda, questo loup voit; è il suo emblema! E perché non se ne possa dubitare, ha fatto scolpire, sulla mansarda vicina, a destra, un barile di polvere che esplode, simbolo della guerra della quale fu l’impetuoso ministro; e sulla mansarda a sinistra, un pennacchio di penne di struzzo, attributo d’un elevato e potente signore, quale pretendeva- di essere; e ancora, su due altre mansarde, dello stesso lato, un gufo e un pipistrello, uccelli dalla attenta vigilanza, la sua grande virtù. Colbert, la cui ricchezza aveva la stessa origine di quella di Louvois, e che aveva delle pretese di nobiltà non meno vanitose, aveva scelto come simbolo il colubro (coluber), così come Louvois aveva scelto il lupo».

Il gusto per il rebus, ultima eco della lingua sacra, si è coisiderevolmente affievolito ai nostri giorni. Non é più coltivato, appena appena interessa gli scolari dell’attuale generazione. Col cessare di fornire alla scienza del blasone il mezzo per decifrare gli enigmi, il rebus ha perso il valore esoterico che possedeva un tempo. Oggi lo ritroviamo rifugiato sulle ultime pagine delle riviste, sulle quali, — passatempo ricreativo, — il suo ruolo è limitato ad esprimere l’immagine di qualche proverbio. Un’applicazione conforme alle regole di quest’arte decaduta, ma frequentemente orientata allo scopo di far pubblicità, è poco notata, o lo è solo di tanto in tanto. Cosí è capitato che una grande industria moderna, specializzata nella costruzione delle macchine da cucire, adottasse, per la sua pubblicità, un manifesto assai noto. Esso rappresenta una donna seduta, che lavora alla macchina da cucire, al centro d’una S maestosa, Si nota soprattutto l’iniziale del fabbricante, sebbene il rebus sia chiaro e dal limpido significato: cette femme coud dans sa grossesse, che è una allusione alla dolcezza del meccanismo.

Il tempo, che rovina e divora le opere dell’uomo, non ha risparmiato il vecchio linguaggio ermetico L’indifferenza, l’ignoranza e l’oblio hanno completato l’azione disgregatrice dei secoli. Non si potrebbe sostenere ch’esso sia completamente perduto; qualche iniziato ne possiede ancora le regole, e sa trarre profitto delle risorse ch’esso offre nella trasmissione delle verità segrete o se ne serve come chiave mnemonica d’insegnamento.

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