La Cabala Ermetica – parte II

Nell’anno 1843, le reclute assegnate al 46° reggimento di fanteria, di guarnigione a Parigi, potevano incontrare ogni settimana, attraversando il cortile della caserma Luigi Filippo, un professore poco banale. Secondo un testimone oculare, — nostro parente, sottufficiale in quell’epoca e che seguiva assiduamente le lezioni, — era un uomo ancora giovane, ma d’aspetto trasandato, portava dei lunghi capelli cadenti in riccioli sulle spalle, e la sua fisionomia, molto espressiva, era improntata ad una notevole intelligenza. Insegnava, di sera, ai militari che lo desideravano, la storia di Francia, chiedendo in cambio una modesta retribuzione, ed usava un metodo che dichiarava conosciuto fin dalla più alta antichità. In realtà, questo corso, così affascinante per i suoi ascoltatori, era basato sulla cabala fonetica tradizionale.

Alcuni esempi, scelti tra quelli che ancora ci ricordiamo, saranno d’esempio per comprendere il procedimento seguito.

Dopo un breve preambolo su una decina di segni convenzionali destinati, per la loro forma e con il loro accostamento, a rintracciare tutte le date storiche, il professore tracciava sulla lavagna, un grafico molto semplificato. Quest’immagine, che s’imprimeva facilmente nella memoria, era, in un certo modo, il simbolo completo del regno studiato.

Il primo di questi disegni mostrava un personaggio in piedi sulla sommità d’una torre e che teneva in mano una torcia. Su di una linea orizzontale, che rappresentava il suolo, si allineavano tre oggetti accessori: una sedia, un pastorale, un piatto. La spiegazione dello schema era assai semplice. Ciò che l’uomo tiene alto in mano serve da faro: phare à main: Pharamond. La torre sulla quale egli si trova indica il numero 1: Pharamond fu, dicono, il primo re di Francia. Infine la sedia, geroglifico della cifra 4, il pastorale, geroglifico della cifra 2, il piatto, segno dello zero, indicano il numero 420, data presunta dell’avvento al trono di quel sovrano leggendario.

Clovis, non lo sapevamo, era uno di quei discoli che si riesce a domare soltanto usando la maniera forte. Turbolento, aggressivo, battagliero, sempre pronto a rompere tutto, non faceva altro che sognare ferite e botte da orbi. I suoi bravi genitori, sia per domarlo che per misura precauzionale, l’avevano avvitato sulla sedia. Tutta la corte sapeva che era clos à vis, Clovis. La sedia e due corni di caccia posati a terra fornivano la data 466.

Clotaire, di natura indolente, passeggiava malinconicamente in un campo circondato da muri. Lo sfortunato, quindi, si trovava clos nella sua terre: Clotaire.

Chilpéric, — non sappiamo pii per quale motivo, — si torceva in una padella per friggere, come un semplice ghiozzo, urlando a perdifiato: J’y péris! da cui Chilpéric.

Dagobert prendeva in prestito l’aspetto poco pacifico d’un guerriero, brandiva una dague ed era vestito con l’haubert.

San Luigi, — chi l’avrebbe mai creduto? — andava pazzo per la levigatezza e lo splendore delle monete d’oro appena coniate; così, passava il suo tempo libero a fondere i vecchi louis per averne dei neufs : Luigi IX.

Quanto poi al piccolo caporale, — grandezza e decadenza, — il suo blasone non aveva bisogno di nessun personaggio. Una tavola coperta dalla sua nappe con sopra un volgare poêlon bastavano ad identificarlo. Nappe et poêlon : Napoléon.

Questi sono i bisticci questi i giochi di parole associati o no ai rebus, di cui si servivano gli iniziati per mascherare i loro discorsi. Nelle opere acroamatiche, si riservano gli anagrammi ora per nascondere la personalità dell’autore, ora per celare il titolo e per sottrarre al profano l’idea conduttrice. In particolar tale è il caso d’un piccolo libro assai strano e così abilmente chiuso che è impossibile riuscire a sapere di quale argomento tratta. È attribuito a Tiphaigne de la Roche, ed ha un titolo singolare: Amilec ou la graine d’hommes. È un insieme di anagrammi e di bisticci. Il titolo si deve leggere
Alcmie ou la crème d’Aum. I neofiti sapranno così che si tratta d’un trattato d’alchimia, perché questa parola, nel XIII secolo, era scritta alkimiealkemiealkmie; che l’argomento di scienza rivelato dall’autore si riferisce all’estrazione dello spirito chiuso nella materia primitiva, o vergine filosofica, che reca lo stesso segno della Vergine celeste, il monogramma A U M; e che, infine, questa estrazione dev’essere eseguita con un procedimento simile a quello che permette di separare la crema dal latte, come è insegnato, del resto, da Basilio Valentino, da Tollius, da Filalete e dai personaggi del Mutus Liber. Alzando il velo che nasconde il titolo, si vede quanto è suggestivo, perché annuncia la divulgazione del metodo segreto, necessario per ottenere quella crema del latte di vergine, che pochi ricercatori hanno avuto la fortuna di possedere. Tiphaigne de la Roche quasi del tutto sconosciuto, fu tuttavia uno dei più saggi Adepti del XVIII secolo. In un altro trattato, intitolato Giphantie (anagramma di Tiphaigne), egli descrive con esattezza il procedimento fotografico e dimostra di essere stato al corrente del procedimento e delle manipolazioni chimiche concernenti lo sviluppo e la fissazione dell’immagine, un secolo prima della scoperta di Da-guerre e di Niepce de Saint-Victor.

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