La Cabala Ermetica – parte IV

Senza abbandonare completamente questi artifizi del linguaggio, i vecchi maestri nello scrivere i loro trattati utilizzarono soprattutto la cabala ermetica, ch’essi chiamavano anche lingua degli uccelli, degli dei, gaia scienza o gaio sapere. In tal modo essi poterono nascondere ai profani i principii della loro scienza, coprendoli con un mantello cabalistico. Questa è cosa indiscutibile ed assai nota. Ma ciò che più generalmente è ignorato è che l’idioma al quale presero in prestito i loro termini è il greco arcaico, lingua madre secondo la maggioranza dei discepoli di Ermes. La ragione per la quale non ci si accorge dell’intervento cabalistico sta precisamente nel fatto che il francese deriva direttamente dal greco. Di conseguenza, poiché tutti vocaboli scelti nella nostra lingua, per definire alcuni segreti, hanno il loro equivalente ortografico o fonetico greco, basta conoscere bene questi termini per scoprire immediatamente il significato esatto, reale dei termini francesi. Perché se il francese, o almeno la sua base, è effettivamente ellenica, il suo significato si è, però, modificato nel corso dei secoli a mano a mano che s’allontanava dalla sua sorgente, e già prima della trasformazione radicale subita ad opera del Rinascimento, — decadenza nascosta sotto il termine di riforme.

L’imposizione di parole greche nascoste sotto dei termini francesi corrispondenti, dalla struttura simile, ma da significato più o meno corrotto, permette all’investigatore di penetrare agevolmente l’intimo pensiero dei maestri e quindi d’avere la chiave del santuario ermetico. Anche noi abbiamo utilizzato questo metodo, seguendo l’esempio degli antichi, ed a questo mezzo abbiamo frequentemente fatto ricorso nell’analisi delle opere simboliche lasciateci in eredità dai nostri antenati.

Molti filologi, non c’è dubbio, non condivideranno la nostra opinione e resteranno ben certi, insieme con la massa del popolo, che la nostra lingua sia d’origine latina, unicamente perché questa prima nozione è stata loro impartita già sui banchi di scuola. Anche noi abbiamo creduto ed accettato per molto tempo come vero ciò che ci era stato insegnato dai nostri professori. Solo piú tardi, mentre cercavamo la prova di questa filiazione completamente convenzionale, abbiamo dovuto riconoscere l’inutilità dei nostri sforzi e respingere l’errore nato dal pregiudizio del classicismo. Oggi piú niente potrebbe intaccare la nostra convinzione, ormai parecchie volte confermata dal successo ottenuto nell’ambito dei fenomeni fisici e dei risultati scientifici. Per questa ragione noi affermiamo ad alta voce, senza, però, negare l’intromissione di elementi latini nel nostro idioma, dal tempo della conquista romana, affermiamo, dunque, che la nostra lingua è greca, e che noi siamo degli Elleni o, piú precisamente, dei Pelasgi.

Adesso, ai difensori del neolatinismo: Gaston Paris, Littré, Ménage, si oppongono dei maestri piú illuminati, dallo spirito aperto e libero, come Hins, J. Lefebvre, Louis de Fourcaud, Granier de Cassagnac, l’abate Espagnolle (J.L. Dartois), ecc. E noi li accompagniamo volentieri, perché, a scapito delle apparenze, sappiamo ch’essi hanno visto giusto, giudicato correttamente, che essi seguono la via semplice e retta della verità, la sola capace di guidare gli uomini alle grandi scoperte.

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