La Cabala Ermetica – parte VI

La lingua degli uccelli è un idioma fonetico basato unicamente sull’assonanza. In essa, quindi, non si fa alcun conto dell’ortografia, il cui rigore serve da freno per i curiosi e rende inaccessibile qualsiasi speculazione imbastita al di fuori delle regole della grammatica. San Gregorio, nel VI secolo, diceva, in una lettera che fa da prefazione alle sue Morales: «Io mi attengo soltanto alle cose utili, senza occuparmi né di stile, né delle regole delle preposizioni, né delle desinenze, perché non è degno d’un cristiano sottomettere le parole della Scrittura alle regole di grammatica». Ciò indica che il significato dei libri sacri non è per nulla letterale, e che è indispensabile saperne ritrovare lo spirito per mezzo dell’interpretazione cabalistica, proprio come si è soliti fare per comprendere le opere alchemiche. I rari autori che hanno parlato della lingua degli uccelli le attribuiscono il primo posto all’origine delle altre lingue. La sua antichità, infatti, risalirebbe ad Adamo, che l’avrebbe utilizzata per imporre, secondo l’ordine di Dio, ì nomi più convenienti, propri a definire le caratteristiche degli esseri delle cose create. De Cyrano Bergerac riporta questa tradizione quando, sotto le nuove spoglie d’un abitante d’un mondo prossimo al sole, si fa spiegare che cos’è la cabala ermetica da «un piccolo uomo completamente nudo, seduto su di una pietra», rappresentazione assai espressiva della verità, ‘semplice e senza vestiti, seduta sulla pietra naturale dei filosofi.

«Non ricordo, dice il grande iniziato, se gli parlai per primo, o se fu lui che m’interrogò; ma ricordo benissimo, come se lo sentissi ancora, che mi parlò, per tre ore abbondanti, servendosi di una lingua che sono certo di non aver mai udito, e che non ha nessun rapporto con nessuna di quelle di questo mondo, e che, però, io compresi piú facilmente che non quella della mia nutrice. Egli mi spiegò, quando gli chiesi la ragione d’un fatto cos í straordinario, che nelle scienze esisteva un Vero, al di fuori del quale si era anche sempre lontani dal facile; e quanto piú una lingua s’allontana da questo Vero, tanto piú si rivelava al di sotto del concetto e di meno facile comprensione. Lo stesso, continuò, accade per la musica, non appena si incontra questo Vero, immediatamente l’anima, trasportata, si dirige verso di esso ciecamente. Noi non lo vediamo, ma sentiamo che la Natura lo vede; e mentre non riusciamo a comprendere in che cosa siamo assorbiti, esso non si stanca di incantarci, tanto che non riusciremmo a distinguerlo. La stessa cosa succede anche per le lingue. Chi trova questa verità delle lettere, delle parole e del filo logico non può mai, esprimendosi, cadere al di sotto dei suoi concetti: parla sempre allo stesso livello dei suoi pensieri; quindi è proprio a causa della vostra ignoranza di questo idioma che restate bloccati, non conoscendo né l’ordine né le parole che potrebbero esprimere ciò che state immaginando. Gli dissi che, indubbiamente, il primo uomo del nostro mondo si era servito di questa lingua perché ciascun nome ch’egli aveva imposto alle cose svelava la loro essenza. Costui m’interruppe e continuò: Essa non è necessaria semplicemente per esprimere tutto ciò che lo spirito concepisce, ma senza d’essa non si può essere compresi da tutti. Poiché questo idioma è l’istinto o la voce della natura, dev’essere intelligibile da tutti quelli che vivono nell’ambito della natura. Per questa ragione se lo comprendete, potrete comunicare e discorrere dei vostri pensieri con gli animali, e gli animali con voi di tutti i loro pensieri, proprio perché si tratta della lingua stessa della Natura, per mezzo della quale essa si fa comprendere da tutti gli animali. Quindi non vi meravigli la facilità con la quale comprendete il significato d’una lingua che non risuonò mai nelle vostre orecchie. Quand’io parlo, la vostra anima incontra, in ciascuna mia parola, quel Vero ch’essa cerca a tentoni; e sebbene la sua ragione non lo comprenda, essa ha in sé la Natura che non potrebbe non capirlo».

Ma questa lingua segreta, universale, indefinita, malgrado l’importanza e la veridicità della sua espressione, è in realtà di origine e di genio greco, come c’informa il nostro autore nel suo Histoire des Oiseaux. Egli fa parlare la quercia secolare, — allusione alla lingua di cui si servono i Druidi (Δρυδαι, da Δρΰς, quercia) — con queste parole: «Considera le querce, sulle quali sentiamo che stai fissando lo sguardo: siamo noi che ti -parliamo; e, se tu ti meravigli del fatto che noi parliamo una lingua usata nel mondo da cui tu vieni, sappi che i nostri padri erano originari di laggiù; essi abitarono in Epiro, nella foresta di Dodona, dove la loro naturale bontà li spinse a dare degli oracoli ai perseguitati che si consultavano. A questo scopo, per farsi capire, essi avevano imparato la lingua greca, la piú universale che allora esistesse». La cabala ermetica era conosciuta in Egitto, almeno dalla casta sacerdotale, come è testimoniato nell’invocazione del Papiro di Leida: « … Io ti invoco, o piú poteinte degli dei, tu che hai creato tutto; tu che sei nato da te medesimo, che vedi tutto, senza esser visto… Io ti invoco col nome che possiedi nella lingua degli uccelli, in quella dei geroglifici, in quella degli Ebrei, in quella degli Egiziani, in quella dei cinocefali … in quella degli sparvieri, nella lingua ieratica». Troviamo questo linguaggio anche presso gli Incas, sovrani del Perù fino all’epoca della conquista spagnola; gli scrittori antichi la chiamano lengua general (lingua universale) e lengua cortesana (lingua di corte), cioè lingua diplomatica, perché essa contiene un doppio significato corrispondente ad un doppio sapere, uno apparente e l’altro profondo (διπλή, doppio, e μάθή, scienza). » La cabala, dice l’abate Perroquet, era un’introduzione allo -studio di tutte le scienze».

Armand Parrot, presentandoci la poderosa figura di Ruggero Bacone, il cui genio brilla nel firmamento intellettuale del XIII secolo, come un astro di prima grandezza, ci descrive la ricerca mediante la quale egli poté acquisire la sintesi delle lingue antiche e possedere una pratica cosí approfondita della lingua madre, che, con quel mezzo, poteva insegnare in poco tempo le lingue ritenute piú difficili. Si deve senz’altro convenire che questa lingua universale è d’una singolarità meravigliosa, e allo stesso tempo ci appare come la migliore chiave per le scienze e il piú perfetto metodo per l’umanesimo. L’autore scrive: «Bacone conosceva il latino, il greco, l’ebraico e l’arabo; e avendo quindi la possibilità d’attingere una ricca istruzione nell’antica letteratura, aveva acquisito una conoscenza ragionata delle due lingue che gli servivano di piú, cioè quella del suo paese natale e quella di Francia. Un intelletto come il suo non poteva fare a meno d’elevarsi, da queste particolari grammatiche, fino alla teoria generale del linguaggio: egli aveva scoperto le due sorgenti da cui esse derivano, e che sono, da un lato, la composizione positiva di parecchi idiomi, e dall’altro, l’analisi filosofica della comprensione umana, la storia naturale delle sue facoltà e delle sue concezioni. E cosi, possiamo vederlo intanto, quasi l’unico in tutto il suo secolo, a confrontare i vocabolari, ad accostare tra loro le sintassi, a cercare i rapporti della lingua col pensiero, a misurare l’influenza che il carattere, i movimenti, le forme così varie del discorso esercitano sulle abitudini e le opinioni dei popoli. In tal modo risali alle origini di tutte le nozioni semplici o complesse, fisse o variabili, vere od erronee espresse dalla parola. Questa grammatica universale gli sembrò che fosse la sola vera logica, la migliore filosofia; attribuiva ad essa tanta efficacia che, per mezzo d’una scienza simile, pensava d’essere capace d’insegnare il greco o l’ebreo in tre giorni, tanto che al suo giovane discepolo, Jean de Paris, aveva insegnato in un anno ciò che gli era costato quarant’anni! «Folgorante rapidità dell’educazione basata sul buon senso! Strana potenza, dice Michelet, è quella che estrae, come una scintilla elettrica, la scienza preesistente al cervello dell’uomo!»

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