Scappo dalla città

Siamo mossi da un falso mito, quello dello stipendio. Siamo convinti che solo lo stipendio possa farci sopravvivere, che senza saremmo persi, moriremmo di fame e di freddo. Siamo convinti che per avere un chilo di frutta dobbiamo dare in cambio dei soldi, decurtati dal nostro stipendio, proveniente dalla vendita del nostro lavoro a terzi. Non è un grande affare se ci pensate bene. Sul vostro lavoro ci deve guadagnare prima di tutto il vostro datore di lavoro. Sul chilo di frutta che comprate in città ci deve guadagnare il coltivatore, il mediatore, il grossista, il trasportatore, il supermercato. In pratica, tra voi e il vostro kilo di frutta, c’è un esercito da mantenere. Con il vostro stipendio. Non è un grande affare, no? Non starete lavorando per troppe persone?

Negli anni, dopo aver cambiato completamente il mio modo di vivere e lavorare, ho incontrato molte persone che come me hanno cambiato totalmente vita andando a vivere in campagna. Uno degli aspetti che accomunano queste persone è l’aver cambiato radicalmente la propria mentalità nei confronti del denaro e del lavoro. Sebbene eliminare la dipendenza psicologica dall’entità “stipendio” sia difficilissimo, è pur sempre possibile. In fondo, se vi apprestate a leggere un libro sull’autosufficienza, qualcosa in voi è già cambiato.

[…] La precarizzazione progressiva e inarrestabile del lavoro ha portato alcuni, ormai, a cambiare lavoro ogni pochi mesi. In questa ottica, cosa stiamo salvaguardando? La nostra possibilità di svendere competenze e voglia di crescere a un centinaio di aziende prima di raggiungere un’età pensionabile in cui saremo stanchi e abbruttiti dall’insoddisfazione? Insomma, quello che teoricamente perdiamo lasciando il sicuro lavoro di città, ha davvero un valore così alto? Oppure ha il valore che noi gli vogliamo attribuire, sognando a occhi aperti che quel posto di lavoro sarà nostro per sempre, che l’azienda non chiuderà mai e che non troveremo niente di così ‘sicuro’ altrove?

Vogliamo percorrere una provinciale gustandoci il panorama e svoltando quando ci pare, oppure preferiamo l’autostrada che teoricamente va veloce ma che al primo problema ci obbliga a stare lì fermi e vivercelo tutto, dall’inizio alla fine, senza possibilità di uscirne e di svoltare?

Il discorso sull’abolizione del concetto di lavoro si ricollega in parte anche ai discorsi di decrescita e semplicità volontaria. A livello personale, molti hanno fatto la scelta di dissociarsi dal sistema imposto e di crearsi un lavoro da gestire indipendentemente, senza mediatori. Siamo così abituati a chiamare lo stipendio ‘guadagno’ che abbiamo perso di vista il valore reale delle nostre competenze. Gli stipendi non sono altro che parti infinitesimali del guadagno – quello sì, reale – che ottengono le aziende attraverso la vendita del nostro lavoro. Le aziende hanno contribuito su vasta scala alla fine della valorizzazione dell’individuo e l’apertura delle frontiere, la globalizzazione, ci ha mostrato come sia semplice, in assenza di valorizzazione del lavoratore, spostare la produzione all’estero con lavoratori di analogo valore ma inferiore costo. L’unico fine in questa operazione è il maggiore margine di guadagno dell’azienda, su prodotti che tra l’altro finirà per acquistare il lavoratore il cui lavoro è stato svalorizzato.

Per uscire da questa macchina di svalorizzazione dell’individuo e iper-produzione delle merci, molti hanno scelto di lavorare per sé stessi. In versione molto semplicistica, se so piantare le patate e raccogliere i pomodori, non vado a farlo per venti euro al giorno con una cooperativa. Pianto le mie patate, raccolgo i miei pomodori e invece di comprarli al supermercato me li mangio. E’ la soluzione dell’autosufficienza. In pratica fare della vita il proprio lavoro, una vita in cui coltivare o raccogliere il proprio cibo, produrre i propri vestiti, il carburante e l’energia utile al proprio fabbisogno faccia parte della vita, in cui il baratto sia una forma economica e sociale di scambio, in cui le persone abbiano un valore e ne siano consapevoli quindi non più disponibili a svendere le proprie competenze. […]

(Grazia Cacciola, Scappo dalla città. Manuale pratico di downshifting, decrescita, autoproduzione, Fag Milano, 2012)

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