San Martino e riminiscenze pagane

Oggi 11 novembre si celebra San Martino, protettore dei militari e dei pellegrini, e io vorrei parlare un po’ di questa festa e del suo legame con gli antichi culti. 

Iniziamo con il raccontare la biografia di questo santo, anche se credo sia nota praticamente a tutti.

San Martino nacque nel 316 d.C. in Pannonia. Suo padre era un tribuno della legione romana e lo chiamò Martino in onore di Marte, il dio della guerra. A quindici anni fu avviato alla carriera militare e, in quanto figlio di un veterano fu subito promosso al grado di circitor e inviato in Gallia, ad Amiens. Il compito di un  circitor consisteva nel fare la ronda di notte, ispezionare i posti di guardia e la sorvegliare le guarnigioni durante la notte. Secondo la leggenda (inventata) durante una di queste ronde, in una notte d’inverno, incontrò un viandante che soffriva il freddo e, non avendo altro da donargli, tagliò a metà il proprio mantello affinché il poveretto avesse qualcosa con cui coprirsi. La notte seguente vide in sogno Gesù. La cosa lo colpì al punto che decise di farsi battezzare.

Dopo vent’anni trascorsi nell’esercito, decise di congedarsi e farsi monaco. Combattè contro l’eresia ariana e il “paganesimo”, predicando, battezzando, distruggendo templi, alberi sacri e idoli pagani. La sua fama ebbe ampia diffusione nella comunità cristiana dove, oltre ad avere fama di taumaturgo, veniva visto come un uomo dotato di carità, giustizia e sobrietà. Nel 371 i cittadini di Tours lo vollero loro vescovo. Morì a Candes, una località francese tra la Vienne e la Loira: lungo questo fiume  fu portato il suo corpo fino al cimitero di Tours, dove l’11 novembre fu sepolto. La sua tomba divenne subito meta di pellegrinaggi. I fedeli che vi giungevano chiedevano spesso la guarigione da ogni tipo di malattia.

Come spiega Alfredo Cattabiani in Santi d’Italia, in Lunario e in Calendario, questo santo divenne ancora più popolare per la collocazione della sua festa alla fine delle celebrazioni del capodanno celtico (che durava circa dodici giorni). Samain, infatti, era ancora attivamente celebrato e quindi la Chiesa pensò bene di cristianizzarne i festeggiamenti.

Perciò la festa di San Martino divenne in gran parte dell’Europa una sorta di capodanno, come dimostrano alcuni detti popolari.

Questa sovrapposizione, secondo Cattabiani (Calendario), fu possibile grazie al fatto che i Celti venerassero un:

dio cavaliere che portava una mantellina corta: il culto proveniva dalla Pannonia, terra celtica e patria di san Martino. Era considerato il cavaliere del mondo infero, colui che vinceva gli inferi, che trionfava sulla morte. Perciò, come ha osservato Margarethe Riemschneider, lo si considerava il dio della vegetazione che superava la morte attraverso la morte, e dunque la garante del rinnovamento della natura dopo la “morte” invernale […] Cavalcava un cavallo nero, così come nera era la sua mantella.

Quindi, viste le caratteristiche comuni, era ovvio che San Martino fosse adatto a sostituire questa divinità (non a caso questo santo riceveva un culto degno di una divinità, come testimonia il fatto che a Chioggia venisse chiamato anche re divino, e, sempre non a caso la Chiesa inventò la storia del mantello…). Tuttavia era necessario modificare il rapporto che questa figura celtica aveva con il regno degli inferi, dato che l’inferno cristiano è un luogo di dannazione eterna. Così san Martino è diventato un combattente che batte il diavolo e il suo cavallo è bianco e non nero.

Durante i festeggiamenti di san Martino, in passato, i bambini che erano stati buoni ricevevano dei regalini dal santo che scendeva dalla cappa del camino (come la Befana e Babbo Natale) altrimenti, se avevano fatto capricci depositava il “Martin baton” o  “martinet”. Nella zona di Mestre (Ve), mi raccontava la settimana scorsa un amico, i bambini fino a qualche anno fa andavano ancora in giro per le strade chiedendo dolci a San Martino (come i bambini americani ad Halloween…sarà solo una coincidenza?)

Il giorno di San Martino, comunque, era tempo di baldoria anche per gli adulti, che proprio in questi giorni dovevano finire il vino vecchio per pulire le botti e lasciarle pronte per la nuova annata. Alcuni detti popolari affermano infatti: “per San Martino s’ubriaca il grande e il piccino”; “Per San Martino si spilla il botticino”; “Per San Martino cadon le foglie e si spilla il vino”.

In Veneto, e nelle altre regioni che una volta appartenevano alla Galla Cisalpina, si consiglia di mangiare durante questa festa le castagne e l’oca.

Le castagne perchè sono un alimento simbolicamente collegato con il mondo dei morti (infatti in Francia si consiglia ancora di nascondere sotto il cuscino alcune castagne per evitare che i morti vengano a tirati per i piedi, mentre in Piemonte in passato i contadini lasciavano delle castagne sulla tavola come pasto per i defunti in visita).

Per quanto concerne l’oca, invece, la tradizione si ispirerebbe a una leggenda medievale sulla vita del santo. Quando san Martino fu eletto vescovo di Tours lui si nascose in campagna perché preferiva continuare a vivere come semplice monaco. Ma le strida di un stormo di oche rivelò agli inseguitori il nascondiglio del santo, che dovette accettare e diventare vescovo.

In realtà anche per capire l’usanza di mangiare l’oca bisogna nuovamente guardare ai culti celtici, perchè ne è probabilmente una vaga riminiscenza. Per i Celti, infatti, questo animale fosse simbolo dell’aldilà e guida delle anime dei defunti. Infinite sono le favole europee ispirate alle oche sorte nelle regioni celtiche: si pensi alla “Vecchia delle oche” di Grimm, ai “Racconti di mia madre l’oca” attribuiti a Perrault. Insomma, un’eco lontana di queste credenze potrebbe essere la consuetudine, esistente tuttora in molti Paesi dove la religione celtica era più radicata, di mangiare l’oca proprio in questi giorni, a partire dal giorno di Ognissanti, come ci rammentano alcuni versi Seicenteschi di Alessandro Tassoni:

E il giorno di Ognissanti al dì nascente ognun partì de la campagna rasa e tornò lieto a mangiar l’oca a casa.

In Boemia l’oca non è solo mangiata ma anche usata per trarre le previsioni per l’inverno: se le ossa spolpate sono bianche, l’inverno sarà breve e mite; se scure è segno di pioggia, neve e freddo.

Sempre per restare in ambito culinario ricordo che  durante questa festa qui in Veneto si prepara il dolce di San Martino, che ha proprio la forma del santo a cavallo.

In passato, in occasione della festa di San Martino, si svolgeva anche la fiera più importante di animali con le corna (mucche, capre, montoni ecc). Perciò la fantasia popolare ha promosso san Martino a ironico patrono dei mariti traditi, come ricordano alcuni proverbi. E proprio al ritorno di quelle fiere i mariti “cornificati” venivano braccati, derisi e cacciati da turbe di ragazzi. La “caccia al becco”, come spiega Cattabiani, era un’usanza simile a quella del capro espiatorio. Secondo la mentalità dell’epoca il marito tradito si era macchiato di una colpa grave e perciò il “becco” doveva subire una scherzosa persecuzione rituale. In provincia di Viterbo, ad esempio l’11 novembre sfilavano per le strade molti giovani, recando come trofeo delle corna di cervo che si passavano l’un l’altro in un rito apotropaico che dovrebbe scongiurarle: durante la caccia rituale il marito “colpevole” veniva identificato con il cervo dalle grandi corna, preda per eccellenza dei cacciatori.

 

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