Miko e Itako – donne sciamano nello shinto

Miko (巫女)

Le miko sono quelle ragazze che svolgono attività di supporto nei santuari shintoisti (in genere: vendita di oggetti, pulizia, esecuzione di danze sacre e supporto alle funzioni religiose), in qualità di volontarie o di lavoratrici part-time. Sono facilmente identificabili poichè indossano il chihaya, ovvero il tradizionale abito con la parte superiore bianca e quella inferiore rossa (che però può essere anche di altri colori).

Nonostante ad oggi ricoprano un ruolo limitato, un tempo erano tenute in grande considerazione. Nel Giappone antico, infatti, le miko erano sciamane e sacerdotesse (scelte in genere tra le figlie dei sacerdoti) capaci di comunicare con i defunti e invocarne le anime, di entrare in comunicazione diretta con la divinità attraverso stati di trance, di profetizzare. In particolare, l’etnologo Kunio Yanagita distinse tra: jinja miko (dedite a danze con campane); kuchiyose miko (che parlano in nome dei defunti); kami uba (coloro che invocano le divinità). Il requisito di base per diventare miko era la verginità e  la consuetudine, poi abbandonata, prevedeva che una sacerdotessa che decidesse di sposarsi lasciasse il suo ruolo. Spesso, comunque, si facevano eccezioni a dette regole per permettere anche a donne sposate o non più vergini di rivestire il ruolo, qualora fossero state adatte a farlo.

Anche nei manga e negli anime si incontra spesso la figura delle miko. L’esempio più noto è sicuramente Rei Hino in Sailor Moon. Ve la ricordate?

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Itako (タコ)

Nella parte nord dell’isola di Honshū è possibile incontrare figure femminili che si richiamano alla tradizione sciamanica delle miko. Si tratta delle itako, donne cieche dedite alla comunicazione con gli spiriti. La cecità è ciò che permette loro di essere sciamane (esiste, sempre nell’Honshu moderno, un altro gruppo di donne-sciamano che ottengono le loro capacità a seguito di una crisi iniziatica). Le itako  hanno come compito quello di invocare le divinità (kamioroshi harugitō), ma anche quello di comunicare con gli spiriti dei defunti (kuchiyose).

Il rito del kuchiyose, che deve essere svolto in particolari periodi dell’anno e che riguarda spesso spiriti irrequieti, ha come scopo principale quello di purificare e calmare lo spirito contattato per evitare che si vendichi sui vivi causando sciagure. In questo modo, non solo guarisce il defunto, ma tranquillizza anche i suoi familiari. All’inzio del rituale la itako suona e canta litanie incomprensibili per giungere ad uno stato di trance, chiede protezione ai kami e aiuto agli antenati della famiglia del morto per richiamare lo spirito. Quando lo spirito entra nel suo corpo inizia a parlare in modo normale e sensato, spesso usando dialetti che richiedono comunque il supporto di un traduttore. Di norma i parenti rimangono in silenzio e piangono, lasciando che sia la itako a portare avanti in dialogo con il morto e intervenendo solo verso la fine, dopo che lo spirito è stato calmato. Al termine della discussione con lo spirito la itako riprende il pieno controllo del proprio corpo e recita le formule atte a rimandare il defunto nel suo mondo.

Il kamioroshi si svolge in maniera simile.

Bibliografia:

A.A. V.V. “Storia delle religioni vol. 17 – Il Giappone”, a cura di Puech Henri-Charles, Laterza, 1978;

Eliade Mircea, “Lo sciamanismo e le tecniche dell’estasi”, Edizioni Mediterranee, 1992;

Hori Ichirō, “Shamanism in Japan”, in “Japanese Journal of Religious Studies”,  2: 4, 1975;

Kawamura Kunimitsu, “The Life of a Shamaness: Scenes from the Shamanism of Northeastern Japan”, in Inoue Nobutaka (a cura di), “Folk Beliefs in Modern Japan”, Kokugakuin University Press, 1994.

“Kojiki. Un racconto di antichi eventi”, a cura di Villani P., Marsilio, 2006

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