Società gilaniche

Nel corso della lunga storia umana sono esistite, e tutt’ora esistono, società prive di violenza di genere, nelle quali le donne e gli uomini godono realmente di pari diritti e considerazione.

Molte di queste civiltà appartengono al Neolitico, altre appartengono alla storia contemporanea, ma tutte dovrebbero essere prese a modello su cui basare le scelte politiche volte alla costruzione di un futuro migliore, che veda l’uomo capace di vivere in armonia non solo con la donna, ma anche con tutti gli altri esseri viventi.

(I pezzi evidenziati in blu sono estratti della mia tesi di laurea magistrale)

 

1. Gilania: le società egualitarie in Europa

Nel 1991 l’archeologa lituana Maria Gimbutas[1] affermava:

 Rifiuto l’assunto secondo il quale con il termine civiltà ci si riferisce necessariamente a società guerriere maschili. La base di ogni civiltà risiede nel suo livello di creazioni artistiche, di conquiste estetiche, di valori non materiali e di liberà, che danno significato, valore e gioia alla vita per tutti i suoi cittadini, così come un equilibrio di potere tra i due sessi[2].

Quando parla di civiltà con un alto livello di arte, libertà ed estetica, Gimbutas si riferisce a quelle società neolitiche (7.000-3.000 a.C circa) da lei stessa scoperte e studiate[3], che si caratterizzano per essere non patriarcali, non violente e prive di una gerarchia sociale (non a caso gli uomini e le donne godono degli stessi diritti). Le ricerche e i ritrovamenti dell’archeologo James Patrick Mallory[4] hanno avvalorato le sue teorie.

Queste civiltà, sono state studiate anche dall’antropologa austriaca Riane Eisler[5], la quale ha introdotto i concetti[6] di gilania[7] e di androcrazia[8], definendo le società scoperte da Gimbutas gilaniche. Secondo Riane Eisler esistono e sono esistiti due modelli di società: quello mutuale (gilanico) e quello dominatore (androcratico). Il primo si basa sul potere creativo, si ispira al concetto di unione ed è equilibrato; il secondo, invece, si fonda sul potere distruttivo (guerra, imposizione violenta, sfruttamento, gerarchia sociale), sviluppa in modo prioritario gli strumenti del dominio (guerra e schiavitù) ed è squilibrato. L’elemento più importante delle società di tipo dominatore è il ruolo subordinato della donna[9], in ogni ambito della vita sociale.

È importante far presente che in nessun sito o tomba appartenuti ad una società gilanica sono state trovate armi, neppure nell’età della lavorazione dei metalli, e che nessuna raffigurazione riporta scene di guerra[10]. Al contrario, questi siti si sono rivelati ricchi di simboli presi dalla natura, immagini e statuette femminili gravide o in fase di parto[11]. Le rappresentazioni della Grande Madre, che rappresentano l’espressione sacra e votiva delle società gilaniche[12], sono state rinvenute in tutta Europa testimoniando l’ampia diffusione di queste civiltà.

 

2. Esempi di società gilaniche nell’antica Europa

Secondo Riane Eisler[13], un primo, importante, esempio di società di tipo gilanico è quella minoica dell’antica Creta, in tutto il periodo che precede il dominio degli Achei. I reperti rinvenuti nella città di Cnosso, quali ceramiche, sculture e affreschi, dimostrerebbero che l’isola godeva di un buon sviluppo economico in moltissimi ambiti e che i suoi abitanti, donne incluse, godevano di libertà e autonomia.

Una seconda società considerata di base mutuale è quella di Vinca, insediamento che si trovava a circa a venti chilometri ad est dell’attuale Belgrado che, grazie ai più recenti metodi di datazione quali la dendrologia e il radiocarbonio, è stata collocata tra il 5300 e il 4000 a.C.

Infine, tra gli esempi di antiche società mutuali antiche ricordiamo la civiltà di Cucuteni-Trypillia, alla quale nel 2008 è stata dedicata una mostra a Roma. Nella documentazione della mostra si afferma che:

Non vi erano differenze tra le varie tipologie abitative. Dunque non è possibile stabilire quali case appartenessero a persone ricche e quali a persone povere. […] Pertanto non è possibile parlare di ineguaglianza sociale […] come non si può sostenere che esistesse una categoria di guerrieri, in quanto la maggior parte degli abitanti era dedito all’agricoltura. […] L’abbondanza di statuine antropomorfe femminili e la parallela scarsità di sculture a soggetto maschile sembra suggerire l’importanza del ruolo delle donne all’interno di queste comunità[14].

 

3. L’ipotesi dei Kurgan e la fine delle società gilaniche in Europa

L’ipotesi dei popoli Kurgan[15] fu presentata per la prima volta nel corso degli anni Cinquanta da Marija Gimbutas e fu rielaborata nel corso dei decenni successivi[16]. La cultura kurgan (caratterizzata da territorialismo, arti belliche e sistema sociale patrilineare e patriarcale) si riferisce a quella di alcune tribù «mobili e pastorali, che si ritiene parlassero protoindoeuropeo e che si espansero in Europa […] tra il 4.500 e il 2.500 a.C.»[17]. Essa, che è stata ipotizzata e ricostruita sulla base di un lessico protoindoeuropeo e confermata da studi di linguistica indoeuropea e di archeologia[18], è «caratterizzata da un’agricoltura rudimentale, […] dal territorialismo, dalle arti belliche e da un sistema sociale patrilineare e patriarcale»[19].

Gimbutas ipotizzò tre ondate di invasioni dei popoli indoeuropei in Europa, che portarono all’estinzione delle società gilaniche[20]. Questi tre stadi di espansione territoriale, che secondo Lehmann[21] possono essere collegati con i tre principali gruppi di parlanti di lingua indoeuropea in Europa, si verificarono:

  • tra il 4000 e il 3500 a.C.
  • tra il 3500 e il 3000 a.C.
  • tra il 3000 e il 2500 a.C.

 

4. Le società mutuali esistono ancora

Nel saggio Ginocidio. La violenza contro le donne nell’era globale, Daniela Danna affronta anche la questione delle società prive di violenza di genere e afferma che tuttora in quasi tutti i continenti «esiste una minoranza di società prestatuali in cui i rapporti tra uomini e donne non seguono il copione dell’aggressione maschile contro le femmine: non vi è alcuna violenza ginocida, non vi sono maltrattamenti o stupri, né fra estranei né all’interno della coppia»[21].

Queste società hanno in comune alcune caratteristiche, rilevate dall’antropologo David Levinson in uno studio del 1989[22]. In particolare si può ricordare:

  • monogamia sia maschile, sia femminile;
  • eguaglianza economica (che Danna definisce «controllo femminile su una parte equa delle risorse familiari»[23]);
  • eguaglianza tra uomini e donne nella libertà sessuale prematrimoniale;
  • pari diritto di divorzio per entrambi i sessi, ma pochi divorzi effettivi[24];
  • la crescita e l’educazione dei figli sono condivisi con persone esterne alla coppia.

Popolo in cui il tasso di violenza di genere è nullo è ad esempio quello dei Wape della Nuova Guinea, i quali non ammettono alcuna manifestazione di violenza, sia o non sia rivolta specificamente sulle donne: fin dall’infanzia i bambini vengono educati al fatto che l’aggressività è imbarazzante e priva di ricompense, pertanto quando si arrabbiano vengono lasciati soli finché non si calmano[25]. Tra i Wape le differenze tra uomo e donna, che ben si esprimono nel vestiario e nella divisione del lavoro, non «polarizzano i sessi»[26].

Anche tra i Nagovisi, altro popolo della Nuova Guinea, la violenza di genere, e quella coniugale in particolare, è quasi completamente assente, ma non del tutto sconosciuta. Essi non educano i bambini come fanno i Wape, ma ricorrono all’«interposizione attiva dei vicini»[27].

Altra popolazione in cui la violenza sulle donne è quasi inesistente, nonostante i due sessi siano comunque nettamente tenuti distinti[28], è quello dei Gerai dell’isola di Kalimantan (Indonesia). Per i Gerai, ad esempio, è del tutto inconcepibile l’idea di stupro, che essi ritengono possa portare gravi calamità sull’intero gruppo sociale.

Infine, si possono ricordare i Mayotte, società musulmana dell’arcipelago delle Comore, che non concepiscono gli abusi domestici e le violenze sessuali[29]: trovano scorretto aggredire fisicamente il coniuge, sia esso maschio o femmina, e permettono la completa autonomia sessuale degli adulti di ambo i sessi.

 

Note al testo:

[1] (Vilnius, 23 gennaio 1921 – Los Angeles, 2 febbraio 1994). Storica e archeologa che ha dedicato gran parte della sua vita allo studio delle società “della Grande Madre”, ovvero delle società gilaniche. Cfr. Marler J., L’eredità di Marija Gimbutas: una ricerca archeomitologica sulle radici della civiltà europea, in Cavalli-Sforza L. L., Bocchi G., Ceruti M., Le radici prime dell’Europa: gli intrecci genetici, linguistici, storici, (a cura di), p. 89

[2] Io cito da Marler J., op. cit., p. 92

[3] Gimbutas M., Il linguaggio della Dea, Neri Pozza, 1989

[4] Archeologo indoeuropeista inglese, nato nel 1945. È docente emerito alla Queen’s University di Belfast. Cfr. http://www.qub.ac.uk/schools/gap/Staff/AcademicStaff/ProfEmeritusJamesMallory/ (ultimo controllo: 20/02/2013)

[5] Riane Eisler antropologa, storica e saggista, nata a Vienna nel 1931. Quando l’Austria fu invasa dai nazisti, la sua famiglia emigrò prima a Cuba, poi negli Stati Uniti. Qui Eisler si laurea in Sociologia. Partecipa a varie organizzazioni che hanno lo scopo di promuovere una cultura ed una società fondate sulla collaborazione anziché sulla competizione e sulla violenza. È presidente del Center for Partnership Studies (CPS).

[6] Bocchi R., Ceruti M., Origine di storie, Milano, Feltrinelli, 2000, p. 32

[7] Composto dalle radici greche gy, “donna” e an, “uomo”, unite dalla lettera “l” che indica sia il segno fonetico lyein/lyo (“liberare”), sia l’ideale unione culturale tra i due sessi. Gimbutas M., Le civiltà della Dea. Vol.1, Le civette, Viterbo, 2012, p. 268

[8] Deriva dal greco andròs “uomo” e kratòs “governo”. È nel governo che Eisler ha identificato le società caratterizzate da autoritarismo e violenza. Gimbutas M., Le civiltà della Dea. Vol.1, Le civette, Viterbo, 2012, p. 268

[9] Vale la pena ricordare che secondo alcune femministe, come Susan Brownmiller, la discriminazione della donna è ciò che ha in seguito portato a tutti gli altri tipi di razzismo.

[10] Eisler R., Il calice e la spada. La civiltà della Grande Dea dal Neolitico ad oggi, Frassinelli, 2006, cap. 8

[11] Eisler R., op. cit.

[12] Gimbutas M., Le dee viventi, a cura di Robin Dexter M., Edizioni Medusa, Milano, 2005, pp. 36-40; 42-44

[13] Eisler R., op. cit.  Si veda anche quanto riferito da Marija Gimbutas in Gimbutas M., Le dee viventi, a cura di Robin Dexter M., Edizioni Medusa, Milano, 2005, pp. 189-212, e Gimbutas M., Il linguaggio della Dea, Venexia, 2008, p. 321

[14] Cucuteni-Trypillia: una grande civiltà dell’Antica Europa, catalogo della mostra (Roma, Palazzo della Cancelleria, 16 settembre – 31 ottobre 2008), Cucuteni Pentru Mileniul III Foundation, Bucarest, 2008, p. 40

[15] Il termine kurgan, di origine anatolica, è stato utilizzato inizialmente per indicare un particolare tipo di sepoltura a tumulo diffuso dei territori dell’ex Unione Sovietica. Successivamente, Marija Gimbutas lo ha adottato per definire i popoli che invasero l’Europa antica. Gimbutas M., Le civiltà della Dea. Vol.1, Stampa Alternativa, Viterbo, 2012, p. 268

[16] Marler J., op. cit., p. 280

[17] Marler J., op. cit., p. 280

[18] Gimbutas M., Kurgan. Le origini della cultura europea, Medusa, 2010

[19] Marler J., op. cit., pp. 96-97

[20] Gimbutas M., Kurgan…, cit.

[21] Danna D.,  Ginocidio. La violenza contro le donne nell’era globale, Milano, Elèuthera, 2007, p. 23

[22] In questo studio egli mise a confronto un campione di novanta società e notò che in quindici di esse il tasso di violenza sulle donne è quasi o del tutto inesistente. Danna D., op. cit., p. 23

[23] Danna D., op. cit., p. 24

[24] È lo stesso Levinson ad affermare che il divorzio egualitario è molto importante poiché, ad esempio, «tr i Bororo del Brasile furono i missionari, nel loro zelo di prevenire il divorzio, a incoraggiare indirettamente la violenza sulle mogli». Io cito da Danna D., op. cit., p. 24

[25] Danna D., op. cit., p. 25

[26] Danna D., op. cit., p. 25

[27] Danna D., op. cit., p. 26

[28] Non in base a caratteristiche biologiche, ma in base al tipo di lavoro svolto. Cfr. Danna D., op. cit., p. 26

[29] Non è specificato se pratichino mutilazioni genitali.

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