Contapreghiere

NOTA: Questa è la ristesura del vecchio articolo che scrissi sul rosario. A distanza di quattro anni ho voluto rileggerlo e mi sono resa conto che conteneva diversi errori. Con questo articolo intendo epurare quegli errori e ampliare l’articolo.

L’impiego di strumenti che aiutino il fedele nella pratica devozionale è diffuso da secoli in molte aree del mondo. Come citavo nel mio vecchio articolo, la Catholic Enciclopedia afferma che, grazie a dei ritrovamenti archeologici, se ne presume l’uso già nell’antica Ninive (*). Qui in Italia, essendo un Paese a maggioranza cattolica, è particolarmente sentito l’uso della corona del rosario.

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La parola rosario deriva dal latino rosārium, “rosaio” e solo dal XIII secolo iniziò ad essere usata per indicare sia la forma di preghiera devozionale a carattere litanico appartenente alla Chiesa cattolica, sia lo strumento usato per tenere il conto delle ripetizioni durante l’orazione. Secondo quando riportato su Wikipedia, sembra che l’uso della parola latina rosārium, sia dovuta ad

un’usanza medioevale che consisteva nel mettere una corona di rose sulle statue della Vergine; queste rose erano simbolo delle preghiere “belle” e “profumate” rivolte a Maria. Così nacque l’idea di utilizzare una collana di grani (la corona) per guidare la meditazione. Nel XIII secolo, i monaci dell’Ordine cistercense elaborarono, a partire da questa collana, una nuova preghiera che chiamarono rosario, dato che la comparavano a una corona di rose mistiche offerte alla Vergine.

La tradizione cattolica, trasmessa da 140 bolle papali, attribuisce a San Domenico l’invenzione del rosario, ma non tutti gli studiosi concordano con questa visione. Sia come sia, l’uso dei conta-preghiere sembra essere stato attestato in ambito cristiano quasi certamente prima di San Domenico e forse già attorno al III-IV secolo d.C (**). Attualmente il rosario cattolico si compone di 53 grani sui quali recitare l’Ave Maria, suddivisi in 5 gruppi da 10 più uno da 3 nella parte finale. A questi si aggiungono 6 grani per il Padre Nostro e per l’annunciazione dei Cinque Misteri; una placchetta centrale sui cui è raffigurata la Vergine e una croce finale.

Comunque, non sono solo i cristiani cattolici ad usare il supporto dei conta-preghiere nella propria pratica devozionale. Esistono infatti moltissimi altri tipi di collane a grani.

Prima tra tutti la mālā induista, generalmente composta con elementi naturali (semi, legno, ecc…). Il materiale e il numero dei grani può variare in base alla propria sādhanā (***), ma i materiali più comuni sono tulsi, rudraksha, legno di sandalo, corallo e cristallo, mentre un numero molto frequente è il 108, che ha molteplici significati. Ad esempio: 108 sono le pose di Shiva nella danza tāṇḍava; 108 sono le upaniṣad; 108 sono i nomi che possiedono alcune divinità; e così via. Inoltre, nell’induismo si considera anche, anzi direi sopratutto, il significato delle singole cifre che compongono questo numero (1, 0 e 8), che in tal diviene così il numero che simboleggia il concetto di Illuminazione.

Simile per certi versi alla mālā induista è la mālā buddista che di solito è composta da 108 grani più uno finale leggermente appuntito che rappresenta uno stupa. Nel buddismo il 108 è il numero che rappresenta il numero dei desideri terreni, malvagi, per così dire, di cui è necessario liberarsi. Le mālā buddiste possono essere composte anche da meno di 108 grani, ma saranno sempre multipli di nove. Come le mālā induiste, anche queste possono essere realizzate con diversi materiali in base alla destinazione d’uso.

Una variante di mālā buddista è lo juzu del buddismo Nichiren, che presenta due palline più grosse, diametralmente opposte tra loro, dette grani “genitori”. Il grano “madre”(quello legato da tre nappine, che indicano a loro volta i tre “tesori” che portano all’Illuminazione), rappresenta l’aspetto mistico e ciò che non è visibile, mentre il grano “padre”, indica la legge e ciò che è visibile e i due cordoncini che partono da esso rappresentano il Budda e la Legge. Nello juzu sono presenti anche quattro palline di forma allungata che si trovano nelle nappine e che rappresentano i “vasi” dei benefici che arrivano al fedele attraverso la preghiera. Tra queste e i grani “genitori” ci sono altri trenta grani che rappresentano i tremila mondi di ichinen sanzen. Ad eccezione dei grani “vaso” tutti gli altri sono rotondi ad indicare l’armonia, la perfezione.

Anche nell’Islam si usano i conta-preghiere, che prendono il nome di tasbīḥ e sono generalmente composti da 99 grani che rappresentano i 99 nomi di Dio, più uno finale, il centesimo, di forma allungata, che chiude la catena. Anche in questo caso i materiali usati possono variare, ma si prediligono quelli naturali. Il numero dei grani può anche essere inferiore a 99, ma in questo caso sarà o 33 o 66.

Infine, per tornare nel mondo cristiano, anche tra gli ortodossi troviamo l’uso del conta-preghiere. Si tratta del Κομπολόι. In origine esso era formato solo da fili annodati (100 nodi) ed era usato principalmente per contare le genuflessioni e i segni della croce. Di Κομπολόι attualmente ne esistono almeno due versioni: una composta da 100 grani uguali tra loro e senza divisori; l’altra di 103 grani suddivisi in sezioni separate da un grano di dimensione maggiore. Tali sezioni non sono uguali tra loro: la prima conta 17 grani, la seconda 33, la terza 40 e la quarta 12.

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Note:

(*) L’enciclopedia in questione è ora anche consultabile on-line. Ci possiamo leggere: Even in ancient Nineveh a sculpture has been found thus described by Lavard in his “Monuments” (I, plate 7): “Two winged females standing before the sacred tree in the attitude of prayer ; they lift the extended right hand and hold in the left a garland or rosary.”

(**) Massimo Introvigne, Rosario, un mistero che si snoda nei secoli, in Avvenire. Quotidiano di ispirazione cattolica, anno XXXI, n. 71, 25-3-1998, p. 16

 (***) Per fare un esempio: a Shiva sono associati i semi di rudraksha, mentre a Lakshimi il quarzo o, volendo, anche il corallo.

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