Tutto è sacro… “ma che schifo però”

Dieci anni fa, appena iniziato a studiare, entrai in contatto diretto con le pratiche del Vāmācāra, o Vāmamārga, una commistione di tecniche orientali (yogiche, tantriche, meditative) volte condurre alla chiara visione della natura dell’esistenza umana. Sia in Oriente che in Occidente il Vāmācāra è circondato da un alone di timore e preceduto da una brutta nomea, a causa del modo estremo con cui propone di affrontare il cammino di illuminazione.
In Occidente, il Vāmācāra è stato percepito come il capostipite delle “Vie di Mano Sinistra” per contrapposizione al Dakṣiṇācāra, capostipite delle “Vie di Mano Destra”. In realtà, definire questi termini è un po’ più complesso, perché dakṣiṇā indica sì le vie “destre”, “dritte” e “giuste” (tutti significati del termine inglese right, con il quale l’esoterismo moderno è abituato a conoscere il Dakṣiṇācāra – Right-Hand Path), ma nel senso di sentieri di conoscenza aderenti all’ortodossia. Di conseguenza, il Vāmācāra rappresenta i sentieri d’estasi non aderenti all’ortodossia. La contrapposizione è chiara è semplice: del Dakṣiṇācāra fanno parte i sentieri che conducono al controllo di Sé attraverso la trascendenza della dualità, mentre del Vāmācāra quelli che conducono all’estasi attraverso la distruzione della dualità. Nel Dakṣiṇācāra la ricompensa arriva perché si è stati giusti (aderenti alle regole dell’ortodossia), nel Vāmācāra è l’Iniziato a creare la propria ricompensa. In un qualche momento, durante l’occidentalizzazione dei concetti di Dakṣiṇācāra e Vāmācāra, ci si è iniziati a riferire a queste pratiche soltanto come RHP (Right-Hand Path) e LHP (Left-Hand Path) e questo ha comportato il confronto subconscio fra destro e sinistro, giusto e sbagliato, buono e cattivo: eccoci così ad aver idealizzato il Dakṣiṇācāra come la via “pura” e il Vāmācāra come la via “sinistra”. Niente di più sbagliato, anche perché se dakṣiṇā potrebbe in qualche modo significare “destra”, così non è per vāmā, ce viene sempre confuso con vāma. Qual’è la differenza? Che vāma significa “sinistra”, mentre vāmā vuol dire “donna”! Finché ci si riferisce al Vāmācāra scrivendo o interpretando Vāmacāra, non è possibile capire la vera essenza di questo sentiero che, proprio come indicato dalla parola vāmā(“donna”), dona un posto di rilievo al femminile, considerando la Donna umana coincidente alla Donna divina, cioè Shakti. Ed è semplicemente questo, in realtà, a differenziare Vāmācāra e Dakṣiṇācāra: l’uno esalta la Donna come strumento di trascendenza, l’altro sentiero non lo fa. Ma non è su questo che mi voglio soffermare: era mio desiderio soltanto chiarire perché, nella mente di molti Occidentali, c’è un preconcetto errato riguardo il Vāmācāra.

Nel suo modo estremo di rapportarsi a quanto è Manifesto, il Vāmācāra impone poche e dure regole ai propri Iniziati, necessarie perché i loro occhi riescano a penetrare l’Illusione (la relatività dell’esistenza, le bugie interiori, gli inganni della mente, …) arrivando all’essenzialità immanente dell’Esistenza. Fra queste, il non provare paura, il non provare disgusto e il riconoscere ogni cosa per sacra andando al di là della percezione soggettiva della coscienza individualizzata. Non provare paura e non essere disgustati sono la base operativa per riconoscere e onorare la sacralità di ogni cosa.
Non è immediato, ma è facile, nella vita tranquilla di tutti o giorni, non temere la routine, non essere disgustati da questo o quello, e riconoscere la sacra benedizione di un lavoro, di una famiglia, magari di un treno in ritardo che ci ha concesso dieci minuti di lettura in più. Tuttavia, se si appartiene al Vāmācāra le cose sono più complesse (beh, se si applicano seriamente i concetti dei Veda: ho sempre avuto il massimo rispetto per i fratelli del Dakṣiṇācāra).
L’esperienza iniziatica va ben oltre la quotidianità, l’abitudine, la convenzione.  Gli Iniziati sono gente rivoluzionaria.
Uno dei fondamenti operativi del Vāmācāra è l’infrazione dei tabù. Frazer ne “Il ramo d’oro” definisce i tabù come il divieto di compiere una certa azione ritenuta sacra per riconoscerne e conservarne la sacralità. Ecco perché per il Vāmācāra i tabù (le convenzioni religiose e sociali in genere) rappresentano il primo limite verso l’integrazione della sacralità in ogni istante della vita. Ed ecco come tre regole (nessuna paura, nessun disgusto, tutto è sacro) possono condurre l’Iniziato al Vāmācāra oltre il velo della dualità, quel processo mentale che ci fa percepire una cosa sacra e una cosa non sacra, la paura e la sicurezza, il disgusto e il piacere, e tutte le altre coppie di opposti. Ecco perché questa esperienza va oltre la semplicità della routine quotidiana, pur esprimendosi innanzitutto nella semplicità di tutti i giorni

“Tutto è sacro” mi sembra un motto che, di questi tempi, viene molto abusato dall’ambiente New Age e sbandierato come dogma ultimo da una quantità di maestri e maestre che, forse, lo propongono agli allievi senza aver provato, loro per primi, a non fare differenze fra la sacralità di un altare e quella di un sacco della spazzatura […]

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