Inquisitori pazzi e povere streghe, ovvero perché accusavano le donne

Di seguito riporto un estratto di un lavoro che feci per l’università.

2.2.1. Streghe e donne

Molti autori si sono interrogati, direi a ragione, sul motivo per il quale la Chiesa nel periodo della “caccia alle streghe” si sia accanita molto duramente contro le donne, legando strettamente ad esse i concetti di stregoneria e di maleficio.

Questo pare essere un punto cruciale nell’analisi storica della stregoneria e sfocia nella storia delle donne. Dagli atti dei processi infatti appare evidente una netta e indiscutibile prevalenza di accuse rivolte alle donne, mentre le accuse e i processi mossi contro gli uomini rappresentano una parte quasi del tutto irrilevante.

Secondo Ornella Lazzaro, «pare delinearsi un universo femminile dedito, pur accanto a molteplici figure maschili, all’uso e alla conservazione del patrimonio terapeutico tradizionalmente femminile che si dimostra possessore di un consistente settore della cultura popolare e per questo si erge a sua difesa, al di là degli attacchi sferrati dalla Chiesa attraverso i suoi membri di sesso maschile»[1].

In effetti, per secoli le donne, in particolare nelle classi meno abbienti, avevano esercitato in qualità di guaritrici, configurandosi come le responsabili della salute dei membri della loro comunità. Conoscevano i tempi e i modi di raccolta delle piante, le loro proprietà e i loro usi; praticavano un tipo di medicina empirica, spesso condita da ritualità derivate dal mondo pagano (inteso nel senso proprio del termine: campagnolo), cosa che potrebbe aver contribuito a rivestire di magia il loro operato. Le donne conoscevano altresì modi per diminuire i dolori del parto e quelli mestruali, sapevano prevenire una gravidanza con sistemi contraccettivi e praticavano l’aborto, cose che le ponevano in una posizione diametralmente opposta a quella della Chiesa che sosteneva sia che le donne dovessero partorire con dolore, sia che l’aborto fosse una pratica da evitare e punibile penalmente[2].

Insomma, le donne erano le depositarie di una saggezza che veniva trasmessa di madre in figlia, al punto che, come fa notare Vanna de Angelis, Paracelso stesso apprese molte delle sue conoscenze dalle presunte streghe[3]; ma proprio la conservazione di queste conoscenza da parte delle donne rappresenta uno dei fattori che favorirono la “caccia alle donne-streghe”.

A partire dal XII secolo iniziarono a fiorire le università e diverse discipline, tra cui la medicina, iniziarono ad essere insegnate all’interno di queste istituzioni. Le conoscenze che i medici acquisivano erano comunque limitate, infarcite di componenti religiose e spesso prive di una parte pratica. Il salasso divenne ben presto il rimedio più comune e molte volte i medici si rivolgevano al sacerdote per chiedere consiglio sul da farsi.

Questi nuovi professionisti così formati, tutti rigorosamente uomini, si imposero, in maniera non sempre gentile, su coloro che reputavano essere un pericolo per la loro attività (principalmente le donne, ma anche alcuni uomini dei ceti inferiori). Fecero quindi molte pressioni allo scopo di vietare la pratica della medicina a chi non avesse conseguito il titolo all’università.

Non fu un caso, dunque, se molti medici, ma anche molti giuristi[4], rivestirono un ruolo decisivo nel consolidamento nella caccia alle donne-streghe. Dobbiamo tener presente infatti che la maggior parte dei medici del tempo erano disturbati dal lavoro delle guaritrici e dei guaritori perché vedevano in loro dei rivali.

Le donne si videro allora vietare quel lavoro che, a volte, era l’unica fonte di sostentamento per loro stesse e per i loro figli. All’inizio le accuse non riguardavano nello specifico la pratica della stregoneria, anzi erano centrate proprio sul fatto di usare “illegalmente” rimedi diversi (spesso più efficaci) di quelli proposti dai medici, prendendo molti meno soldi. A titolo d’esempio, possiamo ricordare il caso di Giacobina Felicie, donna del XIII sec. accusata dall’Università di Parigi di praticare come medico, citato dal Jacquart [5].

Per tali ragioni, con il tempo alla figura della strega vennero quindi associati, via, via sempre più frequentemente, alcuni mestieri tipicamente femminili. Per primi i lavori della guaritrice e della domina herbana, ma successivamente anche quello della levatrice e quello dell’ostetrica.

Oltre a quanto finora esposto dobbiamo considerare anche che, come nota Colette Arnould[6], tra la fine del Medioevo e l’Età Moderna si assiste ad un progressivo, ma inesorabile, ridimensionamento del ruolo sociale della donna. Infatti fino al XV secolo le donne di ogni classe sociale avevano un ruolo ben preciso nella società e godevano della “capacità giuridica”, ovvero: rimanevano proprietarie dei loro beni; potevano testimoniare nei processi; potevano aprire una bottega senza avere il permesso del marito o svolgere, alcune volte, anche qualche lavoro “maschile”; potevano conservare il nome che avevano da nubili; svolgevano le funzioni del marito quando questo era assente; partecipavano attivamente all’educazione dei figli.

Inoltre, sempre secondo Arnould:

  1. in epoca feudale le regine, quando il sovrano era assente o impossibilitato a svolgere le sue funzioni, potevano esercitare in parte il potere al suo posto.
  2. in letteratura la donna era rappresentata come un’amica e come la fonte d’ispirazione dell’amor cortese.

Sarà lo stesso ambito letterario a registrare per primo il cambiamento, avviatosi comunque già alla fine del XIII secolo quando la donna inizia ad essere raffigurata come una «pettegola, bugiarda, spendacciona, […] civettuola, frivola, sensuale, pigra»[7], che si fa beffe del marito con la complicità della madre o di qualche altra donna.

Anche nell’iconografia si iniziò ad associare la donna ad elementi negativi: essa diventò sia il simbolo della tentazione carnale (da qui si inizierà sempre più a demonizzare la sessualità e ad esaltare la verginità), sia della morte, e venne sempre più frequentemente disegnata in compagnia del diavolo o del serpente.

Quando posizione sociale delle donne fu ridimensionata esse non poterono più porsi in alcun modo ad un livello, non certo pari, ma almeno vicino a quello dell’uomo[8]. In questo contesto qualsiasi donna che godesse di una, anche minima, forma di autonomia poteva essere considerata una strega. Nella mentalità degli inquisitori, infatti, le donne che si trovavano fuori dal dominio maschile (quindi che non erano controllate da un uomo – padre, fratello o marito che fosse -) o dei ruoli femminili prestabiliti, minacciavano l’ordine sociale. Non a caso molte tra le accusate di stregoneria erano donne indipendenti o che non avevano paura di difendersi, anche solo a parole.

Un altro fattore che di certo influì fu poi la demonizzazione della sfera sessuale da parte della Chiesa. E dal momento che la donna era stata associata alla sensualità e alla tentazione carnale, non poteva che essere propensa alla corruzione da parte del Diavolo (con il quale si accoppiava, ricordiamolo). Probabilmente per questa ragione anche le prostitute furono ben presto legate alla figura della strega.

A terminare il processo, assimilando definitivamente la donna alla sfera del diabolico, ci pensarono i manuali inquisitoriali e i trattati di demonologia, che proponevano idee ridicole e deliranti. Sarà sufficiente ricordare, a riprova di ciò, che secondo gli autori del Malleus Maleficarum il termine «femmina viene da “fede” e “meno”, perché ha sempre minor fede e la serva di meno», e «siccome le donne sono difettose di tutte le forze tanto dell’anima quanto del corpo, non c’è da meravigliarsi se operano molte stregonerie contro gli uomini, che esse vogliono emulare»; o che per il Bodin «le teste degli uomini sono più grosse, perciò hanno più cervello e maggiore assennatezza rispetto alle donne». In generale, gli inquisitori ritenevano che la donna fosse più lasciva, maliziosa, infedele e ambiziosa dell’uomo e più facilmente soggetta a “melanconia”, e per queste ragioni più propensa alla stregoneria e più facilmente corruttibile.

E in questo, abbiamo visto, erano sostenuti dalla letteratura dell’epoca, ma anche da alcune superstizioni ereditate dall’antichità romana e avallate da personaggi insigni. Queste credenze non aiutavano affatto la posizione della donna. A titolo d’esempio possiamo ricordare che si riteneva che il sangue mestruale impedisse le germinazione dei cereali, arrugginisse il ferro, facesse appassire le piante. Ancora, si credeva che lo sguardo della donna mestruata fosse velenoso e mortifero, così come pericoloso per i fanciulli era quello delle donne anziane[9].

Si può, quindi, affermare che avesse ragione Jules Michelet nel sostenere che la forza della strega si alimentava della debolezza della donna[10].


NOTE

[1] O. Lazzaro, Le amare erbe. Un processo di stregoneria in Friuli, Biblioteca dell’Immagine, 2007, p. 109.

[2] G. Bognetti, s.v. Aborto, in Enciclopedia delle scienze sociali, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1991, afferma: “Secondo le leggi dell’Europa cristiana medievale e moderna, l’aborto volontario costituiva reato; un reato che sul continente europeo veniva talvolta punito addirittura con la morte ove il feto fosse ‘animato’ e con pene minori ove l’interruzione della gravidanza avvenisse prima (Constitutio Carolina, 1532) […]. Nell’età delle riforme (secoli XVIII e XIX) le legislazioni di tutti i paesi cristiani mantennero fermo il carattere criminoso dell’aborto volontario, ma senza più fare distinzioni tra le fasi della gravidanza in cui l’aborto interviene – esso è dappertutto sempre punibile […] Unica causa legalmente riconosciuta di giustificazione dell’aborto era – quando lo era – la stretta necessità di salvare la vita della madre”.

[3] V. de Angelis, Dalla parte delle streghe, Piemme, 2003

[4] Si prenda come esempio J. Bodin

[5] D. Jacquart, La medicina medievale alla prova, in AA.VV., Per una storia delle malattie, a cura di J. Le Goffe, J. C. Sournia, Edizioni Dedalo, 1986, pp. 71-92

[6] C. Arnould, Stregoneria: storia di una follia profondamente umana, Edizioni Dedalo, Bari, 2011, pp. 231-248.

[7] Ivi, p. 234.

[8] Ivi, pp. 236-237.

[9] Le donne anziane, specie se vedove, erano più facilmente accusabili di essere delle malefiche. Ma non si era al sicuro neppure se si era giovani e belle (aggiungo or ora, dato che posso farlo: se eri bella stregavi i mariti delle altre e se questi ti stupravano era colpa tua che li avevi ammaliati…capite la demenzialità della cosa? Un modo semplice e comodo per giustificare la violenza sulle donne e/o il tradimento).

[10] La citazione del passo di Michelet è presente in O. di Simplicio, op. cit., p. 172.

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