Halloween all’italiana: tradizioni del Veneto rurale

Nel paesi anglosassoni, soprattutto negli Stati Uniti d’America, nella notte del 31 ottobre si festeggia Halloween. Negli ultimi anni questa festività è entrata con prepotenza anche in Italia.

Non è mia intenzione disquisire in questa sede delle origini (indubbiamente antiche e derivate dal nostro retaggio precristiano) della festività di Halloween, perché sull’argomento esistono molti ottimi articoli sul web, io stessa ne scrissi uno qualche anno fa.

Mi piacerebbe, invece, soffermarmi sulla mia terra, il Veneto, per mostrare come il mondo contadino di epoca cristiana abbia sempre sentito l’esigenza di celebrare, in un modo o nell’altro, questo periodo dell’anno.

In realtà, ciò non accadeva solo nel Veneto: in tutta l’Italia contadina dei nostri nonni e dei nostri bisnonni (e nei secoli precedenti), erano diffuse usanze simili a quelle che ritroviamo nella festa di Halloween. Questo accadeva perché il mondo rurale aveva diversi avvenimenti da festeggiare nei giorni che vanno dal 29 ottobre al 2 novembre: San Lucano, Ognissanti, l’inizio del nuovo anno agreste[1] e i Morti.

Durante questo periodo dell’anno, in Veneto, le zucche erano le protagoniste della tradizione culinaria, ma non solo: si usava, infatti, scavarle e intagliarle per poi inserirci all’interno delle candele; le zucche così illuminate venivano esposte nei davanzali o lungo i fossi e prendevano il nome di suche baruche o, in alcune aree, di lumere. Le suche baruche servivano ad illuminare la strada alle anime dei cari defunti, ma anche a spaesare quelle dei morti più dispettosi. L’importante era non vedere una suca baruca mentre vi era dentro uno spirito o si avrebbe rischiato di perdere il senno.

La sera, i ragazzi si divertivano ad andare in giro con le suche baruche per spaventare i passanti e far loro dei dispetti, appostandosi soprattutto nei pressi dei cimiteri. Poi andavano di casa in casa a chiedere frutta secca, nocciole e castagne e se non ricevevano niente facevano un piccolo scherzo (ma senza danneggiare nulla!). In alcune zone si indossavano costumi per confondersi con i morti. Queste pratiche carnevalesche sono tipiche anche di altri momenti dell’anno tra cui (oltre al ben noto carnevale) spicca, per la vicinanza con i Morti, la festa di San Martino; a Venezia l’11 novembre bambini e ragazzi girano per le calli sbattendo pentole e campanacci ed elemosinando cibarie o spiccioli (purtroppo questa tradizione sta venendo, a poco a poco, sostituita con l’Halloween americano…).

In ogni famiglia, inoltre, si preparava el piato dei morti con castagne, dolci (gli osi dei morti), marroni, fave, patate mericane e altre pietanze, che si lasciava sopra al tavolo della cucina come dono per le anime dei parenti in visita; sopra al bufeto (il comodino del letto) si metteva invece un bicchiere d’acqua, di latte o vino. Volendo, cibi e bevande potevano essere lasciati sul davanzale.

Nel Friuli Venezia Giulia  le usanze erano più o meno le stesse. Ad Ampezzo (UD – Friuli), in Carnia, la Not dalis Muars è ancor oggi festeggiata nel modo più tradizionale possibile. Per rendere più suggestiva l’atmosfera in questi giorni in tutto il comune l’illuminazione pubblica e privata viene tenuta spenta e sostituita con fiaccole, candele e zucche luminose.

[1] I cui festeggiamenti cadevano o la notte del 31 ottobre, come nella Samhain celtica, o la notte del 1° novembre (a cavallo con la festa dei Morti), in base alla zona.

Fonti:
Testimonianze orali di nonni e anziani;
Dino Coltro, Santi e contadini. Lunario della tradizione veneta;
Rento Zanioli, Lunario. Calendario rurale veneto-friulano;

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